Ho lavorato di recente a un progetto, presentato alla commissione europea per ottenere i fondi e metterla in pratica. Purtroppo non è stata selezionato, ma voglio condividere con voi alcune riflessioni.
May you live in interesting times
Immaginate 300 mq al piano terra, più 200 mq di piano interrato. Il piano terra suddiviso in una decina di spazi vendita, ciascuno dei quali dedicati ad un artigiano. Prodotti di sartoria, maglieria, gioielleria, design, food. Il piano di sotto, per la parte gestionale e organizzativa e, in parte, per i corsi e i laboratori.
Questo Temporary Shop si basa su mestieri antichi, creativi e oggetto di passione per quei giovani, e anche meno giovani, che hanno scelto di recuperarli e trasformarli in qualcosa di vivo, attuale. E che vorrebbero viverci. Chi espone può anche arricchire la sua offerta organizzando dei corsi.
Ora, immaginate questo spazio la cui proposta cambia continuamente, grazie alla rotazione degli artigiani. Ha una sua personalità indipendente da loro, dal punto di vista della comunicazione, ma garantisce visibilità costante. Io sono una professionista della comunicazione, e le domande me le devo fare. Ma le risposte, chi le da’?
Chi gli spazi commerciali li fa tutti i giorni, mi sono detta.
Ma chi li fa, non è a questo che pensa.
Ho fatto un giro tra i centri commerciali e mi sono resa conto del fatto che lo spazio commerciale non è abitualmente pensato come strumento di comunicazione. Solo di vendita. Una vendita affollata, in ambienti claustrofobici che cercano di alleggerire con colori chiari e spazio, ma senza personalità.
Io ho in mente qualcosa di completamente diverso.
Lavorando a fianco dell’amica e collega Anna Favorite, architetto e designer, abbiamo studiato l’ambiente prevedendo le diverse aree di vendita divise tra loro da movimenti dello spazio, quindi su vari livelli. Gli spazi di comunicazione sono neutri e la personalizzazione è facilmente sostituibile.
Ho immaginato un percorso che i visitatori compiranno come se fossero all’interno di un museo, e potranno anche sedersi e osservare il lavoro degli artigiani. La zona food è parte integrante del progetto, perché ci sarà una rotazione di artigiani anche in quell’area.
Questa esperienza è stata interessante perché mi ha permesso di approcciare il progetto a 360 gradi, ragionando sugli spazi di personalizzazione con l’architetto, non come accade di solito, quando mi adatto a quello che trovo e spesso non ho modo di ottimizzare formati e materiali.
È naturale che chi fa comunicazione abbia il suo focus sugli spazi dedicati e l’architetto che si occupa dell’ambiente no, ma penso che lavorare insieme permetterebbe di ottenere il risultato migliore.