Era da molto che volevo scrivere un articolo su questo. Rendendomi antipatica. Si lo so. Mi succede spesso. Pensate che svariati anni fa contattai un potenziale cliente che avevo individuato scorrendo le pagine della rivista Interni. Questa azienda realizzava piscine. La persona che rispose mi disse che erano già a posto e io – simpaticamente – feci notare che forse potevamo dare una mano, visto che i loro annunci uscivano con errori nel testo. Vi sorprenderà, ma non mi hanno mai richiamata…
Cioè, tu sei disposto a fare un investimento media di quella portata e mi cadi sull’errore di forma, ortografico o, peggio ancora, grammaticale?
Eppure potrei scrivere un libro, non un articolo, raccogliendo le inesattezze che emergono dai testi pubblicitari. Dalle brochure. Dai siti. Escono con i numeri sbagliati. Con i nomi sbagliati. I titoli sbagliati. Gli anni di riferimento sbagliati. Escono così. Nessuno li controlla. Refusi come se piovesse, nella migliore delle ipotesi. I correttori di bozze non esistono più. Da anni. Io stessa, giovincella, lavorai in una redazione e mi misero a correggere le bozze per giornate intere. A distanza di trent’anni da allora, mi rendo conto che non ho perso l’occhio. E che ci sono migliaia di persone, immensamente più skillate, più formate di me che l’occhio non ce l’hanno. O che sottovalutano.
Chi scrive può sbagliare, anche perchè rimaneggiare lo stesso testo n. volte per migliorarlo può portare a non vedere quello che si legge, ma quello che si voleva dire. Per questo si dovrebbe farlo rivedere a qualcun altro. Qualcuno che non l’ha mai visto prima. Qualcuno che lo leggerà anche al contrario, perché la mente non lo inganni, portandolo a correggere con la mente ciò che sulla carta è sbagliato.
Si dovrebbe, ma non si fa. Ho visto brochure bellissime, ben stampate e ben confezionate, scritte malissimo. Qualche volta è evidentissimo che riportano automaticamente il testo da google translator e non si preoccupano di farlo a vedere a nessun madrelingua. Orrore!
La Teoria della Forma, Gestaldt, suggerisce che la nostra mente risolve l’incompiuto.
C’è un quadrato, ma con tre lati? Noi lo vediamo intero. Il quarto lato lo mettiamo noi. Ma questa azione inconscia ci ha distratto. Ci ha portato fuori tema. Ci ha creato uno stress. Quando la forma che richiede il nostro intervento è un errore del testo, la nostra reazione è anche di fastidio. C’è una perdita di credibilità. Alla fine, un banale refuso ha messo in cattiva luce tutto ciò che è stato scritto, e il contenuto è passato in secondo piano. Chi legge non sempre ricorderà l’errore, ma il senso di fastidio si. La sciatteria, si. Non illudetevi, un errore non passerà mai veramente inosservato.
La Gestaldt come Strategia.
Creare quella sensazione di vuoto nel consumatore può essere una scelta? Qualche volta si. Viene fatto più con le immagini che con le parole, o la’ dove la parola richiede uno sforzo per essere compiuta. Ma è uno sforzo che viene attivato opportunamente. Se io scrivo Baril e il la è nascosto da un piatto di pasta, sto facendo della Gestaldt strategy. I rebus si basano un po’ su questo principio, nel senso che attivano lo stesso meccanismo di risposta. Positivo. E’ un gioco, ed è positivo.
L’ errore genera SEMPRE una reazione negativa.
Scrivere correttamente viene considerata la base, ma io ricevo continuamente presentazioni aziendali piene zeppe di errori. Il mio professore di comunicazione visiva spiegava bene la Gestaldt ma specificava sempre, molto chiaramente, che era meglio non arrischiarsi troppo nelle strategie. Concentrarsi sul fare bene ciò che si sa fare, imparare a fare ciò che non si sa fare, e farsi aiutare da piccole facili accortezze. Io ho trasmesso ai miei allievi le stesse regole, con il Decalogo dello Scrittore Involontario:
- Usa periodi brevi. Più le frasi sono articolate, più è facile attorcigliarle con forme verbali audaci e rischiosissime. E spesso sbagliate.
- Leggi ad alta voce quello che scrivi. Se ti manca il fiato prima che arrivi al punto, taglia.
- Quando leggi ad alta voce, ascoltati. Ascolta la tua voce e se non ci riesci, registrati, poi ascoltati. Deve suonare bene. Deve avere un bel ritmo. Se ti risulterà difficile, è molto probabile che sarà difficile da leggere anche per il destinatario.
- Usa la punteggiatura correttamente. Usa solo punti e virgole.
- Evita il linguaggio tachigrafico. E’ molto pratico nella messaggistica veloce, ma … Ti Voglio Bene si scrive così.
- Allo stesso modo, usare simbolini, smiles e caratteri speciali non è opportuno in sede formale, come presentazioni e materiali pubblicitari. Avremo modo di essere simpatici e casual quando ci presenteremo di persona.
- Attenzione alle mail. La mail si deve considerare una sede formale. Il livello di relazione che ci lega all’interlocutore consente toni più o meno confidenziali ma, quando si scrive, la regola vale sempre: bisogna scrivere correttamente. Rileggete sempre le mail prima di spedirle.
- A proposito di mail, rileggete sempre la lista dei destinatari. Verificate che siano esattamente quelli che volete raggiungere. E se ci sono allegati, verificate che ci siano, e che siano quelli corretti.
- Usate il neretto per evidenziare ciò che ritenete importante. La soglia dell’attenzione è sempre più bassa. Bisogna segnalare i punti di interesse.
- Non fidatevi del correttore automatico. O meglio, non accontentatevi. Un vocabolo sbagliato nel contesto non è necessariamente sbagliato di per se’.
Beh, io avrei finito. Spero che questi piccoli consigli possano essere utili. Spero che leggiate e leggiate e leggiate perché leggere bene insegna a scrivere bene. E scrivere bene serve. Serve anche se non si è scrittori, poeti, raccontatori di storie e copywriter.
Scrivere bene è spiegarsi bene. Un ponte su cui si muovono rapporti sani e sereni. Cosa di cui abbiamo tutti un grande bisogno, dentro e fuori dall’ufficio.



