CARTA CANTA, FINCHE’ HA FIATO IN GOLA.

Io sono cresciuta con la carta. E’ il mio grande amore. Il mio amore per sempre.

Avevo poco più di vent’anni, e seguivo la produzione di una serie di house organ (che oggi non esistono più, ma erano precursori delle attuali newsletter) stampati su carte speciali. Speciali perché caratterizzate da effetti di colore, grana, texture, e da produzioni alternative, ecologiche, sostenibili.

Erano gli anni ottanta, e le opportunità si sono moltiplicate nel tempo. Le cartiere si sono organizzate sempre meglio, mettendo nelle condizioni di lavorare bene gli operatori del settore. Coinvolgendo tipografie che hanno imparato a gestire superfici talvolta difficili da trattare e stampare. Informando anche noi, che dall’interno delle agenzie seguivamo le produzioni.

La creatività è anche lì, nella proposta di materiali che fanno comunicazione oltre le parole, oltre le immagini. Passa attraverso il piacere dei sensi, perché anche le immagini e le parole hanno più forza, più potere, più impatto se emergono dalla carta con la forza di una stampa particolare. E l’oggetto stesso, se bello, viene trattenuto da chi lo riceve come se fosse un regalo. Come se fosse un libro pregiato.

Tutto questo, ve lo devo dire, a me piace. Tanto. Tantissimo.

Passione, curiosità, ricerca sui materiali si sono poi riversate nell’ambito della scenografia, degli allestimenti, ma è nata lì. Sfogliando campionari, seguendo produzioni bellissime in cui stampare su un supporto o su un altro faceva la differenza, eccome se la faceva, sia per chi approvava il progetto, sia per il cliente finale che la riceveva.

Per questo penso che questo momento difficile per le tipografie passerà. Non so se si ritornerà mai a stampare di tutto ma, secondo me, chi vorrà fare la differenza sceglierà di comunicare in modo importante, davvero distintivo e di farsi notare mettendo nelle mani dei suoi clienti qualcosa che solleciterà i sensi, che li porterà a sensazioni vere, fisiche.

Il virtuale non è reale, è potenziale. E tutto ciò che virtuale non è, non è nemmeno reale.

E’ fisico.

Quindi lunga vita alla comunicazione digital, soprattutto fatta bene, con gusto, con capacità e competenza. Lunga vita a chi la sceglie e investe su professionisti di valore, perché il giusto valore da’ a chi sa far funzionare quel sistema complesso.

Lunghissima e nuova vita invece alla comunicazione psiconsensoriale, fisica, concreta. Che sia carta, cartoncino e altri materiali stampabili, fustellabili, maneggevoli e sempre coinvolgenti. Bruno Munari lo sapeva. Raccontava le fiabe ai bambini con libri di gomma, stoffa, materie plastiche. Anche noi possiamo parlare al bambino che è in noi, dandogli il piacere di avere tra le mani un oggetto pregiato che assocerà al valore della marca.

LA TEMPERATURA DELLA QUALITA’

Ciascuno ha la sua idea di Qualità. Nel caso dei prodotti, per esempio, spesso si lega la qualità al nome, e non all’oggetto. E’ più rassicurante. Vi direi anche che avere opinioni è più facile che avere competenze. Questo, direte voi, significa che il marketing fa un lavoro egregio. Vero. Ma anche la superficialità.

La Qualità, proprio come la temperatura, può essere reale o percepita. Ho letto, tra i commenti ad un post su LinkedIn, che se un luxury brand abbassasse la qualità dei suoi prodotti, i suoi clienti la abbandonerebbero. Ecco. Secondo me è questa la Qualità Percepita.

Sono molte le firme – importanti – dietro alle quali c’è poca ricerca, poco uso di materie prime pregiate, poco sviluppo progettuale, relegato ad aree del mondo in cui lo stesso laboratorio opera su prodotti destinati al luxury come alla stracceria sotto casa. Molti devono il loro successo ad una storia che non hanno saputo o voluto rinnovare ma che esercita ancora il suo fascino, e potente.

Un fascino che permette di alzare la temperatura della qualità. Non la qualità reale.

Non è una critica di per se’. Tanto più che ci sono anche altri elementi da considerare. La qualità non è fatta solo di materie prime. E’ fatta di produzione, di scelte etiche, di canali distributivi e canali di vendita. Ogni fase può rappresentare un’area punti per la qualità.

Non ci si aspetta che chiunque abbia tutte le competenze ma, oggi, informarsi è più facile di una volta. Oggi, la qualità è anche nei pensieri di chi sceglie. Diventare Consumatori Consapevoli alza il livello della richiesta? Non è detto, ma la consapevolezza si traduce anche in responsabilità.

L’equazione, prezzo alto: alta qualità = prezzo basso: bassa qualità non è più un dato certo, e non lo è più da tanto tempo. La differenza tra la qualità percepita e quella reale è tutta lì, e qualcuno dirà: questa è la global economy, baby! Vero, ma io penso che dall’innovazione, dalle rivoluzioni culturali, industriali, sociali, dovrebbero guadagnare tutti qualcosa. Non perderci, tutti, qualcosa.

IL GUSTOSO MILLEFOGLIE DELLA PROFESSIONALITÀ

Il dolce più buono del mondo è il millefoglie. Milioni di versioni tutte diverse, da luoghi diversi, con sapori diversi, e un minimo comune denominatore: la Stratificazione.

Viviamo nel mondo concreto e sostanziale del “che lavoro fai” . Domanda spinosa a vent’anni ma anche, ahimè… a cinquanta.

E’ giusto dichiarare che questa riflessione nasce dalla lettura di un articolo sul Side Project, quell’attività che praticamente si colloca tra ciò che facciamo per mantenerci e ciò che facciamo per hobby.

Perché lo facciamo?

Qualche volta ci aiuta a mantenere i confini tra quello che ci appassiona e quello che dobbiamo fare per lavoro, non sempre scegliendone qualità, caratteristiche, modalità. Altre volte nasce proprio dal nostro lavoro. E’ una deviazione in cui ci possiamo permettere di esplodere il nostro pensiero. Fare le cose a modo nostro. Mentre la strada principale resta quella che ufficialmente percorriamo.

In ogni caso, si tratta di un territorio franco che mette in evidenza tutto ciò che noi siamo, e quello che noi siamo è qualcosa che siamo diventati. Nel tempo. Crescendo in luoghi di lavoro dove abbiamo imparato ad andare d’accordo con persone che non ci piacevano. A fare cose con materiali che non conoscevamo. Ad aderire a sistemi che non capivamo. A lavorare con programmi mai visti prima. E così via. E criticandoli, probabilmente. Ma se solo noi abbiamo avuto la fortuna, quell’immensa fortuna di essere curiosi, abbiamo anche costruito un’esperienza come i castori costruiscono le dighe. Incastrando tra loro gli elementi. Tenendo cose utili o fondamentali, e lasciando andare quelle inutili. Qualche volta anche belle. Ma inutili.

Qualche volta lasciar andare è più difficile che tenere.

E’ così che, man mano che procediamo nella nostra vita lavorativa, i confini delle nostre competenze specifiche si sfaldano, adattandosi alle situazioni in cui operiamo, modellandosi. Ma noi scopriamo anche cose di noi stessi. Aggiungiamo cose, le sovrapponiamo. Ci stratifichiamo di esperienze, dati, conoscenze. Ci RI-appassioniamo. Appassionarci è ancora il verbo che preferisco, fra tutti.

La riflessione, dicevo, nasce da qui, perché ho più di cinquant’anni e si, è sempre più difficile spiegare che lavoro faccio. Un bel problema, tenuto conto del fatto che il lavoro lo cerco, continuamente, mentre faccio praticamente qualunque cosa mi venga proposta. Usando le mie competenze. E imparandone di nuove.

Mi rendo conto che ormai, durante i colloqui, mi viene naturale parlare del lavoro che facevo. Come se ieri fosse già nel passato, e oggi nel futuro. Un futuro in cui tutto è possibile. Forse è proprio così.

Sono un Millefoglie.

Sarà sempre più comune. Avere un percorso lineare sarà sempre più difficile. Mia madre ha lavorato nello stesso posto per più di quarant’anni, e nemmeno lei lo ha avuto. Figuriamoci noi che cambiamo posto di lavoro, città, qualche volta anche nazione, svariate volte in quegli stessi quarant’anni. Nella migliore delle ipotesi.

Mi chiedo solo una cosa: quando, questo, verrà considerato un valore?

Le Case Volanti

Si sono staccate da terra e hanno preso il volo. Sono le Case Volanti di Laurent Chéhère, la fotografa francese appassionata di “surrealismo”. Dall’hotel alla roulotte alla villetta piena di animali, tutte le case rimangono sospese nell’aria, alcune attaccate solo ai fili della corrente per non scappare via.

Una  mostra a New York l’ha celebrata. Io ho sottratto qualche immagine per raccontare le mie. Case Volanti per cantastorie, tra sogno e realtà.

COST CONTROL_chapter 1

I Soldi non sono Tutto.

Tranquilli, non sono impazzita. Non vi parlerò di felicità. Anche se la felicità è nel sottofondo delle mie riflessioni di oggi.

Sarebbe più corretto dire: ottenere la quotazione migliore, non è tutto.

Tutto è:

ottenere il migliore acquisto possibile al minor costo possibile.

Questo è, in sintesi, l’obbiettivo di un responsabile di produzione. E le linee guida?

  1. analisi profilo aziendale sulla base di: expertise, reputazione, posizione geografica, velocità di risposta.
  2. ricerca del massimo livello di qualità possibile, compatibile con il budget.
  3. condizionare il progetto, pur di ottenere il risultato giusto in produzione.
  4. verifica materiale e fornitore più idonei, sulla base di criteri oggettivi, etici e indici di Ricerca, Innovazione e Sviluppo.
  5. controllo tempi e caratteristiche tecniche.
  6. valutazione corretta dei costi interni, vitto e alloggio per controllo qualità, verifica costi prototipi, test, trasporti, personale coinvolto e giornate lavorative.

Note a Margine.

Poniamo che il budget sia risicato, e il Cliente si aspetti qualcosa di speciale. Beh. Nessun miracolo trasformerà il poliestere in seta. Rassegnatevi. Ma ho una buona notizia per voi: potete realizzare fin dall’inizio un progetto in cui il poliestere è la scelta migliore. Un progetto in cui la seta cadrebbe male, avrebbe la luce sbagliata.

Tecnicamente, lavorare con la seta o con il poliestere non è di per se’ un vantaggio o uno svantaggio. Dipende dall’intelligenza di chi progetta e dalla competenza di chi produce.

La Richiesta di preventivo. Il primo capitolato deve contenere le informazioni fondamentali della richiesta. In quel momento tu sai quello che vuoi, ma non sai ancora come arrivarci. Devi capire quell’universo produttivo. Assaggiarlo. Fare delle prove. Capirlo. Vai a trovare i fornitori, fatti spiegare da loro come lavorano. Fai ricerche. Documentati.

Più informazioni hai, più ti avvicinerai al tuo risultato migliore. Buon lavoro.

COLORS

Qualche tempo fa una collega e amica mi raccontò di una richiesta del cliente all’agenzia. Agenzia di comunicazione, specializzata nel below the line.

La richiesta riguardava la personalizzazione dell’area reception dell’azienda, che il cliente considerava troppo spartana, e usò l’espressione “deprimente”. E’ interessante l’aggettivo, perché se avesse detto “povero”, o “troppo essenziale” avrebbe posto l’accento su un gusto estetico. Invece usò un termine che presupponeva interesse per le persone, per chi lavora in quell’area e anche per chi deve sostare, nell’attesa.

Non entrerò nel merito della proposta creativa, ne’ di ciò che venne scelto ma piuttosto vorrei parlare dell’approccio. Indipendentemente dal risultato, infatti, questa sarebbe stata una bella occasione per farsi delle domande e cercare le risposte dove sono, perché ci sono, nello studio della psicologia del colore, già ampiamente usato nel visual merchandising.

LA MEDICINA DEL COLORE

Nel 2014 sono stati resi pubblici i risultati di  una ricerca realizzata a Princeton, negli Usa, sulle reazioni di persone operate di protesi all’anca o al ginocchio. I pazienti ricoverati nelle stanze rinnovate richiedevano il 30% in meno di interventi contro il dolore, in particolare di farmaci, di quelli che occupavano le camere vecchie.

Spazi grandi, ariosi, con finestre che davano su giardini curati e pareti colorate con tonalità rilassanti, facevano la differenza. La cromoterapia è da tutti riconosciuta come un sistema che, a diversi livelli, lavora a favore del benessere individuale. Peter Mandel, naturopata tedesco, è andato oltre, costruendo uno strumento che, in sintesi, crea lo stesso effetto benefico di quei bagni di luce già utilizzati dagli antichi egizi per guarire da molte malattie, comprese quelle della pelle, oltre che migliorare la salute psicofisica generale. Cioè facendo in modo che non ci si ammali affatto.

Tutto questo cosa c’entra con noi? Se vogliamo fare bene il nostro lavoro, c’entra.

L’ARMONIA VISIVA

La ricerca dell’armonia visiva è un must nella comunicazione ambientale, dai punti vendita, showroom, alle fiere o eventi particolari. Vale lo stesso principio quando l’ambiente è abitato da persone che vi trascorrono molte ore, e sono il front line dell’azienda, rispondono al telefono. Le receptionist gestiscono la “prima impressione” che chi chiama avrà dell’azienda. Gli uffici sono spazi in cui persone spesso stanche, stressate, sotto pressione condividono molte ore con altri, colleghi che non hanno scelto, con cui devono stabilire relazioni umane, non solo professionali. Non è sempre piacevole, ne’ naturale o facile. Trascurare queste difficoltà è controproducente anche per l’attività e la produttività dell’azienda. Eppure, un po’ di regole base già ci sono. Scientifiche.

  1. Verde: colore della freschezza, naturale.
  2. Rosso: colore che attira l’attenzione, insieme al giallo e all’arancione.
  3. Nero: colore che dona all’ambiente eleganza e raffinatezza.
  4. Blu: colore che ispira fiducia.

Ed è proprio accostando e sfumando che si crea l’armonia visiva, cioè quella soluzione policromatica che suscita sensazioni positive nel cliente.

C’è una letteratura imponente sull’uso del colore nel visual merchandising, che probabilmente sarebbe quella di riferimento più diretto.

Io invece penso alle presentazioni di powerpoint, che hanno regole più schematiche da cui partire, ispirate anch’esse dalla psicologia del colore e liberamente interpretabili, secondo una serie di variabili come la palette moda, il gusto personale, la brand identity e le guide lines dell’azienda, e così via.

I’VE GOT A POWER … POINT 

Gli esperti delle presentazioni consigliano di sviluppare il concept cromatico con un massimo di 3 colori, secondo uno schema semplice ma sicuramente efficace: bianco, nero e colore. E’ uno schema basic, ma tiene conto di due macroaree cromatiche: i colori caldi, energetici e vivaci, che permettono di giocare con i contrasti. I colori cool, confortevoli e professionali, che non stancano nel tempo.

Abbinare tra loro dei colori complementari significa prendere due colori che sulla ruota dei colori si trovano su raggi opposti. Per esempio il complemento del giallo è il violetto, il complemento del rosso è il verde ed il complemento dell’azzurro è l’arancione. In questo modo otteniamo forte contrasto e perfetta armonia.

Con una combinazione di colori analoghi selezioniamo due o più colori vicini tra di loro nel cerchio cromatico, molto affini, come possono essere il giallo e l’arancione. Sono colori ottimi da variare, in abbinamento al bianco e nero.

Infine, la triade ci permette di trovare due colori in forte contrasto e un colore più deciso. Questa soluzione è divertente, ma piuttosto audace e pericolosa, anche come scelta grafica per una presentazione in power point. Figuriamoci se si deve proporre su una parete. Direi di maneggiarla con cura, e tenendo sempre d’occhio eleganza, semplicità e … facilità di successivi interventi.

Non bisogna mai dimenticare che fare comunicazione con l’interior design richiede moltissima attenzione, e bisogna curare molto bene l’aspetto dei materiali e del tipo di finitura utilizzata. Se si usano colori forti, è bene creare escamotage che permettano di intervenire rapidamente, con ottimi risultati, senza dover rifare tutto. Ad esempio, deve essere smontata una mensola, e in quel punto il muro resta segnato. O si sposta un mobile, si spostano interruttori, luci.

Chi si occupa di ragionare sulla personalizzazione ambientale deve farsi anche queste domande. Lavorare a favore del cliente. Sempre.

 

 

CHANGING

Sono appena rientrata dalle vacanze. Una settimana, su un’altura che domina il golfo del Tigullio. Ho mangiato bene, camminato tanto. Riflettuto molto.

Mi sono chiesta come immagino di vivere i prossimi 10, 20, 30 anni.

Fuori Sincrono

Mi sto rendendo conto che viviamo un fuori sincrono costante. Da una parte la velocità dell’informazione, della condivisione dei contenuti, garantite dalla rete. Dall’altra la mancanza di attenzione e interesse rispetto alla loro veridicità. Superficialità e bulimia tolgono gusto e piacere di approfondire le notizie, di documentarsi.

Da una parte l’intelligenza artificiale, la robotica. Dall’altra la richiesta, costante e anche amplificata dalla disoccupazione, di contratti tradizionali, a tempo indeterminato, ad aziende che avranno sempre meno bisogno di operai, di manodopera.

Da una parte, il fast food e supermercati che offrono di tutto in qualsiasi periodo dell’anno. Dall’altra, lo sviluppo di una cultura salutista, sana, che coinvolge alimentazione e agricoltura e che vuole restituire alle stagioni, le stagionalità.

Anche io, da qualche mese, vivo fuori sincrono. Non ho più un impegno fisso, lavoro a progetti che si sviluppano su lunghi periodi, quindi ho più tempo libero. Cerco clienti, invio presentazioni ma è sicuramente un periodo della mia vita che sento profondamente diverso rispetto a qualsiasi altro.

E non so ancora farci i conti.

Quando mi chiedono cosa faccio, sciorino l’elenco fitto e dettagliato degli impegni che mi coinvolgono e che mi coinvolgeranno da qui a tot mesi. Ma la mia vita è profondamente cambiata. Non uso a caso, e più volte, il termine profondamente: sento questo cambiamento nella profondità di me stessa.

I Treni

La questione dei treni che passano una volta sola mi ha sempre perseguitata. Un po’ perché ne ho presi proprio tanti, nella realtà. Quindi la metafora è calzante. Un po’ perché ho convissuto con quell’ansia  che se non avessi colto quell’opportunità, esattamente in quel momento in cui si presentava, chissà cosa ne sarebbe stato di me. Chissà. Non saprei. Ho colto moltissime opportunità. Ho avuto un po’ di fortuna, un po’ di talento e tanta, tanta, tanta determinazione.

Ora vorrei avere più fortuna che determinazione.

Sto facendo una cosa strana, cioè sto creando una controtendenza. Se sono in qualche stazione e devo prendere il treno, non mi preoccupo. Mi impongo di non preoccuparmi. Giro in libreria, un luogo in cui naturalmente perdo la nozione del tempo. E tra i negozi, guardo le vetrine, non tengo a portata di mano il cellulare.

Insomma, arrivo per tempo, ma perdo i treni. Li perdo e provo una curiosa, intima e sconsiderata soddisfazione.

Mi concedo il lusso del tempo che ho, e sta funzionando.

Multitasking

Concetto ampiamente sopravvalutato. Essere multitasking, è davvero così importante? Sto sperimentando l’opposto. L’esatto opposto.

Sento la necessità di calarmi nelle situazioni completamente, vivendole in modo immersivo, facendo esperienza direttamente. Comunicando con tutte le parti in causa. Andando a toccare, annusare, sentire le situazioni. Con gli occhi chiusi, metto la mano sul muro, e sento cosa dice quell’ambiente. Ascolto il cliente. Lo ascolto cercando di capire cosa vuole, non ciò che pensa di volere, ciò che sarebbe giusto fare.  Sento cosa vuole, lui.

Mi sento folle e al tempo stesso perfetta, perché funziona. E non voglio pensare ad altro. Sono completamente dedicata a quello che sto facendo. E’ una rivisitazione ambientale? Una personalizzazione grafica? Una scultura? Una vacanza?

Ecco. Spengo il telefono. Non porto con me il computer. Sono libera.

Spengo il telefono.

Ma che banalità. Al massimo non rispondi. Ho provato. Non funziona.

Se il cellulare è acceso, qualunque cosa stia facendo, una parte della mia attenzione è legata a quella quasi impercettibile vibrazione che va’ decifrata prima che il dispositivo si autodisintegri in 4 secondi netti. Agganciata a quel bip bip che mi avvisa di qualcosa che è sicuramente importantissimo. Se non andrò a vedere subito morirò improvvisamente, tra atroci dolori e sofferenze.

Ho una buona notizia per voi: l’ho spento, e sono viva. E tutto sommato sto anche piuttosto bene.

E sono presente. Molto più di prima. Presente a me stessa, e dentro al tempo.

Se sto lavorando ad un progetto, o sono con un cliente. Se sto trascorrendo del tempo con gli amici, sono a tavola, guardo un film, leggo un libro, ascolto musica, sto viaggiando o camminando, o sono in bicicletta… il cellulare è in modalità off line.

Un sacco di tempo off line? Non quanto si direbbe, malgrado il lungo elenco. Direi per una media di 4 ore al giorno.

Insomma, ci sto provando. In fin dei conti non sono mica Barnard. Non salvo vite umane.

 

 

 

Voce del verbo STRUTTURARE

Quando si parla di struttura, qualunque sia l’ambito di applicazione, si vuole trasmettere il concetto di scheletro, armatura. E’ così anche quando si ragiona di comunicazione e, ancora di più, di eventi.

La tecnologia ci ha dato l’opportunità di sviluppare con sempre maggior effetto scenico le nostre proposte creative, ma non la nostra capacità di organizzare le nostre idee e fare chiarezza nel contesto.

Questa capacità è il risultato di un esercizio costante, che ci permette di approcciare qualunque tipo di lavoro, dalla relazione al report, dal progetto di comunicazione alle proposte creative.

Realizzare una struttura porta alcuni effetti fondamentali:

  • individuare rapidamente i concetti chiave della propria proposta
  • chiarirsi le idee sullo sviluppo
  • presentare al cliente una sintesi efficace in tempi brevi
  • fare ipotesi concrete con i fornitori
  • sviluppare le proposte supportate da decisioni e indicazioni
  • gestire le fasi in modo visivo

«Se avessi a disposizione otto ore per abbattere un albero, ne passerei sei ad affilare l’ascia». Abramo Lincoln sapeva, proprio come dovremmo sapere noi, che dedicare del tempo alla preparazione, alla riflessione e all’analisi, rappresenta parte di un processo senza la quale vagheremmo in un universo di tentativi.

Fare la struttura corrisponde ad affilare l’ascia. Buon lavoro.

 

 

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L’EVENTO IN 5 MOSSE

  1. Obiettivo e Obiettivi

Lanciare un prodotto,  presentare la nuova sede, o un team. Tutti pretesti per creare relazione con il cliente, avvicinarlo all’azienda.

Si pianta un seme che verrà coltivato e darà frutti, nel tempo.

Per questo è necessario fissare degli obiettivi di misura, legati all’evento: avere un ospite importante che farà un certo intervento, raggiungere un numero di partecipanti, ottenere un’attività di co-marketing che assorbirà un certo costo (esempio un catering o la performance di un’artista). Questi obiettivi sono funzionali al raggiungimento del risultato e aiutano a stare sul pezzo, a non disperdere mai l’energia.

  1. Task Force

E’ l’espressione della vostra capacità organizzativa. Dovete stabilire le professionalità che servono, sceglierle e metterle insieme. Principalmente sono necessarie competenze in comunicazione/grafica, logistica, produzione/amministrazione.

Attenzione alle soft skills che in una task force sono fondamentali: qualità personali, atteggiamento in ambito lavorativo e conoscenze, relazioni interpersonali. Di solito in pochissimo tempo bisogna risolvere grossi problemi, per un’attività che dura da poche ore a qualche giorno.

  1. Budget, costi e mark up

L’obbiettivo minimo è costruire un progetto che rientri sia come costi che come ricavi nel budget. Avete un’idea di massima, anche se non siete ancora entrati nel dettaglio?

A) Chiedete i preventivi ai fornitori, anche indicativi, e svariati, indagando anche l’aspetto relativo ai materiali. Imparate dai fornitori, comprendendo il valore e la resa di una scelta, piuttosto che un’altra. Quando vi siete chiariti le idee su tutto, sarete disposti a modificare il progetto, e trasformerete l’idea in progetto.

B) Meglio prevedere tre proposte che corrispondano ad altrettante fasce di prezzo. Questa è la cosa corretta per il Cliente. Voi sapete su quale puntare e lavorerete di conseguenza.

N.B.: fate al massimo quello che vi potete permettere, invece di fare male cose che costano troppo.

  1. To Do List

Il vostro progetto è pronto, presentato e approvato. Ora dovete dargli corpo. Questo è il momento in cui dovete essere molto ben organizzati.

Lo strumento più diffuso è il progress dedicato, cioè il gantt. Un diagramma, in pratica, dove su un lato scorrono le attività, sull’altro chi le fa. Il punto d’incontro delle coordinate è la data. Questo è il quadro sintetico al quale ciascuno fa seguire il suo programma, che potrebbe anche essere gestito con un organizer condiviso.

On line troverete ampia disponibilità di strumenti adatti per stilare la lista e creare una task manager. L’organizer  permette di tenere sotto controllo anche la task force, con un calendario di attività condivise.

Se siete refrattari alla tecnologia basta anche un taccuino, e preparare la to do list per ciascuno dei responsabili coinvolti, ciascuno per la propria parte. Non dimenticate che essere responsabili del progetto comporta sapere sempre esattamente in cosa consiste ciascuna delle parti di cui è composto, e quali sono obiettivi e priorità.

  1. La promozione dell’evento

L’evento richiede una grossa eco, prima, durante e dopo. Questi anni permettono di lavorare molto bene sui social, anche se deve far parte di una strategia di comunicazione. Ricordiamo sempre che l’oggetto della comunicazione non è l’evento, ma l’obiettivo dell’evento.

Usiamo l’evento come usiamo il social, come facciamo del guerrilla, come il gaming e così via. E’ molto importante avere in mente questo punto.

Detto questo, i social e i blog sono perfetti per promuovere gli eventi perché sono realmente on time. Il sito deve essere costantemente aggiornato. Ogni richiesta deve essere soddisfatta nell’arco di due ore. I contenuti devono essere interessanti, di appeal e attinenti. Ogni social è un’opportunità se si usa nel modo giusto. Facebook non è  Instagram, che non è Twitter. I blog tematici vanno frequentati e coltivati.

Attenzione: mai polemiche. Mai. Nei social sono sempre presenti flamer pronti ad attaccare: dribblate, elegantemente.

E luce fu.

Quando si parla di illuminazione, la maggior parte delle persone ragiona di design. Viviamo in un contesto storico che esalta le virtù della forma, e molti designer e archistar si sono cimentati nell’esercizio, non facile, di disegnare lampade originali e con una funzione arredativa importante. Chi si occupa di illuminazione per gli spazi commerciali, pubblici o accessibili al pubblico, e per le vetrine, deve tuttavia farsi domande diverse e soprattutto dare risposte diverse.

Le risposte illuminanti.

Pensate che esiste un tipo di depressione – Seasonal Affective Disorder – diffusa soprattutto nei paesi nordici, legata al periodo invernale, quando la luce del cie­lo è scarsa, estremamente appiattente e povera di radiazioni rosse-gialle.

Questo dimostra ampiamente quanto il nostro rapporto con la luce condiziona profondamente il nostro benessere psicofisico. Si tratta di una consapevolezza che possiamo usare a nostro vantaggio, cioè creando le condizioni per cui il nostro cliente si sentirà “accolto” e “curato”, con la luce.

Per illuminare un ambiente dobbiamo rispondere a diverse domande: quale sensazione vogliamo dare a chi entra? Quale esigenza abbiamo? Dobbiamo mettere in evidenza un prodotto senza falsarne i colori? Il cliente ha bisogno di vedersi bene in uno specchio?

In molte situazioni, la risposta a queste domande non è una sola, e la luce va differenziata proprio per soddisfarle tutte.

Questa è la cultura che spesso manca. Un approccio tecnico alla scelta dell’illuminazione. Eppure oggi ci sono moltissimi tipi di lampade e lampadine, e sono nate proprio per risolvere questi nodi.

Come funziona la luce artificiale

La Temperatura Colore è il modo in cui percepiamo la to­nalità di una sorgente luminosa e si misura in gradi Kelvin. Si dice fredda se il suo spet­tro visivo è ricco di radia­zioni blu. Ad esempio se la temperatura della sorgente luminosa è compresa tra i 5000 gradi Kelvin e gli 8000 K avremo una percezione dei colori molto simile a quella che ci darebbe la luce naturale nel pomeriggio o con il cielo coperto. Se invece abbiamo una prevalenza di radiazioni rosse, e siamo quindi nella fascia tra i 2000 ed i 3000 gradi Kelvin, avremo una luce molto simile a quella dell’alba o del tramonto.

lux ed il lumen sono due diverse unità di misura del flusso luminoso, ma mentre il lumen è una misura della quantità di luce che proviene dalla sorgente, il lux è una misura relativa all’area illuminata dalla sorgente.

Per semplificare direi che più è alto il lumen, più la luce assomiglia a quello del sole. Il livello di illuminazione consigliato è di 500 lumen dove si svolgono attività come truccarsi, o radersi, mentre sono sufficienti 200-300 lumen nel resto della stessa stanza.

Il Lux è un’unità di misura relativa alla luce visibile, e per capirci in un ufficio illuminato correttamente ci sono in media 400/500 lux.

Tornando allo specchio, spesso la lampada viene posizionata in alto, ma in realtà non è il modo migliore per chi ne deve usufruire. Dovremmo invece pensare a come sono illuminati gli specchi destinati agli attori, nei loro camerini. Le lampadine circondano lo specchio, creando un’illuminazione uniforme che permette una visione perfetta e priva di ombre sul viso.  E’ bene attenersi a questo principio, anche se non siamo in teatro.

Questo è un esempio che dimostra molto bene quanto la luce possa avere diverse intensità, anche all’interno dello stesso ambiente. E’ un approccio molto corretto tecnicamente perché serve situazioni specifiche, e dal punto di vista creativo è funzionale a creare movimento.